Potere delle immagini immagini del potere Stampa


Riflessioni sui cartoni animati giapponesi e la costruzione dell'identità  degli adolescenti
Il video, tratto da Neon Genesis Evangelion, è stato presentato al 23° Congresso Internazionale di Psicologia Individuale.


PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

Potere delle immagini ed Immagini del potere

Riflessioni sui cartoni animati giapponesi e la costruzione dell' identità  degli adolescenti

della dott.ssa Anna Maria Bastianini

 

Il potere della immagini

 

'Starebbe sempre davanti alla tele'. 'Se è a casa da solo, la tele è sempre accesa'. 'Giocherebbe solo alla Play': ritornelli ripetuti con profonda inquietudine e spesso con rassegnazione da genitori, insegnanti, educatori.

Per altro, gli stessi adulti, quasi automaticamente, entrano in casa e accendono il televisore, che, come voce di sottofondo, è compagnia, distrazione, presenza nella svolgersi delle mille affrettate faccende di casa per chi torna dal lavoro. E la sera, per l' intera famiglia, trascorre spesso davanti alla tele, o meglio ognuno davanti alla sua e al suo programma, nella sua stanza. 'Non ho più voglia di fare altro' ripetono gli adulti, lasciando alla tv il monopolio della gran parte del loro tempo libero.

Il dibattito educativo molto si è interrogato su un fenomeno che interessa tutti, ed in specifico le nuove generazioni nate e cresciute in compagnia del piccolo schermo. Molto si è detto per mettere in evidenza le indubbie potenzialità  educative ma anche i rischi da una dipendenza dalla tv sia in termini di messaggi trasmessi e acriticamente assorbiti, sia per quanto attiene i processi di pensiero: si è evidenziato a questo proposito, come rimanere a lungo immersi in quell' insieme emotivamente indifferenziato e inglobante caratteristico della comunicazione attraverso l' immagine e il suono non faciliti l' arricchimento del pensiero e l' evoluzione verso forme di pensiero verbale-astratto capace di articolare una costruttiva visione di sà© e del mondo in funzione dell' adattamento e della crescita psicologica.

Al di là  di posizioni pedagogiche che sostengono o denigrano il rapporto dei ragazzi e degli adulti con il piccolo e grande schermo ci è sembrato utile cercare di cogliere attraverso il riferimento al modello psicoanalitico, agli apporti della psicologia dello sviluppo e delle neuroscienze il senso di questo interesse cosଠpersistente e cosଠdiffuso nella nostra civiltà  occidentale e non solo.

Dunque: quale potere hanno le immagini? In altri termini, qual è la funzione psicologica delle immagini e il loro spazio di influenza nell' arco evolutivo e per la vita adulta?

Riportiamoci alle radici delle immagini, considerando la nascita della vita psichica nei primi mesi di vita del bambino all' interno della relazione del bambino con la sua mamma. Sappiamo (Golse, Tisseron, '¦.) che la capacità  di costruire immagini caratterizza dall' inizio la vita mentale. In specifico è noto che le immagini mentali nascono dall' insieme indifferenziato multisensoriale corporeo e senso-motorio che caratterizza l' unità  della relazione mamma-bambino nei primi mesi di vita. Le immagini come tracce mnestiche depositarie dell' esperienza di piacere o dispiacere nelle prime relazioni di cura, alimentazione, scambio affettivo e ludico costituiscono un primo contenitore dei pensieri, un primo registro di pensiero, primo nucleo della costruzione di un mondo interno, progressivamente distinto dall' esterno. àˆ altresଠimportante ricordare che l' immagine mentale nasce in relazione alla dialettica presenza/assenza della figura materna, come risorsa interna per far fronte alla perdita della mamma e/o degli oggetti del mondo materiale esterno. Il ricorso interno alle rappresentazioni ha funzione riparatoria e compensatoria. Detto in altri termini: se ho sperimentato una mamma 'sufficientemente buona' e ho potuto sviluppare una 'fiducia di base', se la mamma non è fisicamente presente io bimbo posso agganciarmi alla rappresentazione/pensiero della mamma e/o degli oggetti che mi permette di affrontarne l' assenza e progressivamente di mettermi attivamente 'alla ricerca di'¦'. Sappiamo che è proprio il buon equilibrio nella relazione della presenza/assenza della figura materna a favorire lo sviluppo della capacità  di pensare costruendo immagini, rappresentazioni, e via via collegamenti fra rappresentazioni. Emergendo dall' esperienza corporea motoria affettivo emotiva le immagini contribuiscono a contenere, a differenziare e articolare all' interno il primo nucleo dell' identità  personale, permettendo progressivamente e contemporaneamente la trasformazione della relazione con la mamma e con gli oggetti esterni.

Un ultimo aspetto puಠessere interessante per quanto attiene la funzione delle prime immagini nel bambino. Le immagini si costituiscono come primo schermo che permette al sistema psichico di proteggersi dall' eccitazione troppo intensa proveniente dall' interno o dall' impatto con l' esterno. àˆ l' immagine-pensiero che permette al bimbo di organizzarsi per far fronte alla realtà .

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Immagini e finzioni

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In questo contesto vale la pena di ritrovare,anche se per brevi accenni, la fecondità  del costrutto adleriano di finzione, mutuato dalla filosofia di Vahinger, da valorizzare come centrale anche nell' area della pratica clinica in età  evolutiva. Ci è offerto infatti un ulteriore sguardo al mondo delle immagini non solo come prodotto estetico o di evasione dal reale, ma come emergenti da processi di pensiero finalizzati a costruire e definire l' identità , in relazione alla realtà , per orientarsi e 'accordarsi' al mondo delle persone e degli oggetti.

Come sappiamo, Adler sottolinea da un lato le finzioni come mondo di rappresentazioni in parte inconscio, soggettivo, come visione di sà© e della vita emergenti dall' esperienza affettivo-emotiva nella relazione con le figure genitoriali e con il mondo nonchà© dalla personale progettualità  di crescita. Al contempo è sottolineata la finzione come struttura psichica, processo di pensiero, capacità  innata nell' essere umano di produrre immagini e pensieri emotivamente significativi, capaci non solo di rappresentare la realtà , ma di supportare l' azione, il comportamento, la gestione delle emozioni. 'Il bimbo, ricorda Adler, per agire e orientarsi, si serve di uno schema generale che trova il proprio corrispondente in  quella disposizione caratteristica dell' animo umano a far uso di ipotesi e finzioni nel tentativo di afferrare e definire quanto di caotico e di fluido vi sia nel mondo ['¦]  àˆ la finzione che ci insegna a differenziare, ci dà  appoggio e sicurezza, modella e dirige i nostri fatti, le nostre azioni e spinge la nostra mente a prevedere e a perfezionarsi' (H.L. Ansbacher, R.R. Ansbacher, pag. 95-96).

Incontrare un bambino o un adulto all' interno del lavoro terapeutico (e non solo) significa immergersi in quel mondo interno articolato in immagini, rappresentazioni, collegamenti fra rappresentazioni che conosciamo come profondamente radicato ai bisogni, ai desideri, alle paure di ognuno.

Lontano dall' inconsistenza di uno scintillante mondo fantastico come evasione dalla realtà , il mondo immaginario finzionale ci si presenta come intensamente intriso per ognuno dalla tensione a definirsi e orientarsi nel reale, a dar senso a ciಠche accade dentro e fuori di sà©. In questo senso, il lento lavoro del paziente e del terapeuta di 'svelamento delle finzioni' non ha a che fare con l' eliminare le finzioni, come se, banalizzando, si trattasse di qualcosa di falso da sostituire con il 'vero'; si tratta piuttosto di rimodellare finzioni più rispondenti ai desideri di ognuno e alla progettualità  possibile in relazione alla sua realtà  interna ed esterna.

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Le nostre 'madri immagini'

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Alla luce di quanto accennato sulla nascita del pensiero a partire dalle immagini mentali e sulla loro funzione si potrebbe ipotizzare che l' uomo abbia immaginato macchine per costruire immagini a partire dal desiderio di ritrovare uno stato di benessere non solo visivo, ma sensoriale, emozionale, cinestesico, nel desiderio di ritrovarsi nelle situazioni in cui eravamo nei primi mesi di vita. In questo senso le immagini del piccolo e grande schermo sono 'madri' che possiamo adottare e/o lasciare a seconda dei nostri bisogni e delle nostre attese del momento, in grado di sostenere, trasportare, confortare, eccitare, spaventare, coccolare, stimolare, calmare proprio come una mamma fa con il suo bimbo piccolo. Ci affascinano e sono costantemente disponibili; ci si puಠabbandonare quando si vuole, e, contrariamente alle madri reali, è sufficiente premere un pulsante per allontanarle e farle tacere. Probabilmente è questo registro di dipendenza primaria alle immagini della tv e del cinema, intensamente evocativa della prima relazione con la figura materna, ad inquietare gli adulti attenti alla dimensione del benessere personale e sociale dei ragazzi e non solo.

Quanto detto autorizza peraltro a considerare il rapporto col piccolo e grande schermo come possibilità  di regressione che non comporta soltanto il rischio, ovviamente presente, di impoverimento e di manipolazione acritica. àˆ infatti possibile che il ricorso alle immagini sia sostenuto da un desiderio di 'cura' personale, in quanto capace di riattivare modalità  proprie delle nostre prime relazioni con il mondo per ritrovarne gli aspetti positivi e vitali, per rinforzare e affinare le funzioni psicologiche attivate nei primi mesi di vita nel rapporto con la mamma, nella relazione di contatto corporeo e di sguardo. In effetti, il bimbo piccolo costruisce all' interno di questa prima relazione dei punti di riferimento che gli saranno utili per l' intera vita e che continuamente saranno rimessi in gioco all' interno di ogni relazione con le persone e le cose.

Rimandando per una più approfondita trattazione alle interessanti considerazioni sviluppate su questa tematica da Serge Tisseron, puಠessere opportuno qui toccare brevemente alcuni aspetti della nostra relazione con le immagini, utili alla comprensione del rapporto adolescenti-immagini.

Le immagini, si diceva, rappresentano la prima forma di attività  psichica, il primi registro di pensiero. Fabbricare immagini e guardarle si puಠconsiderare ciಠche è più vicino al funzionamento psichico come capacità  di contenere e trasformare in rappresentazioni gli stati del corpo e le emozioni. In questo senso, le immagini nella loro funzione (potere) di contenimento, al di là  del contenuto, sembrano poter sostenere un pensiero che in una dimensione razionale astratta rischia di non poter cogliere, dipanare, definire, articolare e canalizzare le forti pressioni interne derivanti dalle trasformazioni corporee, psichiche e sociali che caratterizzano il tempo dell' adolescenza. Come nelle situazioni di gioco simbolico per il bambino più piccolo, le immagini permettono una prima elaborazione, invitando a provare emozioni, a trasformarle nell' appropriarcene, senza doverle mettere in atto e senza dover ricorrere alla regolazione di un comportamento motorio.

Oltre a sollecitare e rassicurare ognuno sulla propria capacità  di integrare sensazioni di origine diversa (il tipo di pubblicità  attualmente proposto con maggiore frequenza ci aiuta a comprendere il potere di questo aspetto), le immagini si propongono come possibilità  di supporto che, come la mamma nella sua funzione di holding per il bambino piccolo, costruisce e rinforza nel tempo la capacità  di sostenersi da solo. àˆ in gioco qui sia la capacità  di identificarsi con eroi e personaggi (per l' aspetto di contenuto delle immagini) che nutrono la personale progettualità  futura, offrendo modelli a cui riferirsi, sia la possibilità  di ritrovarsi in una situazione emotivamente rassicurante, evocativa di un essere sostenuto nel guardare il mondo che ci permette nel tempo di entrarci e di trasformarlo.

Ancora vale la pena di ricordare quanto le immagini contribuiscano a sostenere e definire l' identità : tutti conosciamo anche negli attuali fenomeni dell' abbigliamento, del tatuaggio, del piercing quanto sia impartante per i ragazzi costruire un' immagine fisica che permetta di appropriarsi del proprio involucro corporeo dando senso personale alla fisicità  e sostenendo la propria identità , anche con l' appoggio del gruppo.

La funzione delle immagini di paraeccitazione, di protezione del sistema psichico sembra inoltre entrare in gioco nell' età  adolescenziale: le immagini in effetti permettono all' essere umano di confrontasi con situazioni a valenza cosଠintensamente emotiva, da poter essere traumatiche, se affrontate nella realtà . Consentono altresà¬, in una dimensione protetta, di incontrare emozioni, garantendo, come la mamma al suo bambino, un sufficiente livello di sollecitazione e stimolazione emotiva. Ed ancora consentono di ritrovarsi infinite volte (conosciamo il valore involutivo, ma anche quello evolutivo della ripetizione), in gioco di fronte a ciಠche lo schermo ripropone per noi di emotivamente significativo, permettendoci progressivamente di osservarci e di osservare punti di vista diversi (ognuno di noi ha notato come un bambino che vede infinite volte la stessa videocassetta, si sofferma di volta in volta su aspetti e particolari diversi, in relazione alle problematiche affrontate in quel momento di vita).

 

Cartoni animati giapponesi e identità  adolescenziale

 

Immergersi nella lettura dei fumetti '“i manga-, o nella visione dei cartoni giapponesi che polarizzano l' interesse di molti adolescenti dagli undici-dodici anni ai venti e più anni, puಠessere un' esperienza utile agli adulti: lontano dalla grafica e dal tipo di vicende e di personaggi dei cartoni di Walt Disney o della Warner Bross che hanno accompagnato l' infanzia nostra e quella di molti bimbi, il mondo dei cartoni di produzione giapponese desta spesso nell' immediato reazioni di fastidio e di rifiuto da parte degli adulti. Siamo ormai disponibili a ridere con i nostri piccoli delle vicende di Tom e Jerry piuttosto che di Beep Beep o a riconoscere la paura per le streghe, i lupi, i mostri presenti, brutti e cattivi, in ogni cartone per bambini: ci hanno spiegato che è utile per la loro crescita psicologica il  vederli e averci vicino; il sostenerli non ci è difficile poichà© le problematiche evocate sono  questioni importanti, ma che ormai gran parte degli adulti ha superato. Ma i cartoni giapponesi no: ci mettono in difficoltà , come i nostri figli adolescenti. O meglio ciಠche sembra difficile e che gli adulti tendono a non voler sentire e vedere, è il travagliato lavorio interno ad ogni adolescente alle prese con la costruzione della propria identità , a cui si agganciano i personaggi e le tematiche di questo tipo di cartoni, esplicitando scenari immaginari significativi in relazione ai compiti evolutivi propri dell' adolescenza. Ed è possibile che noi adulti possiamo trovarvi eco di questioni personali accantonate e poco risolte, ed anche che, secondo un tratto comune a molti genitori oggi, siamo portati a non volerle vedere, animati dal desiderio, poco sano, di risparmiare ai  nostri cuccioli ogni fatica interna o esterna, pur necessaria per imparare a vivere.

Lontani dalla chiarezza e dalle sicurezza del 'vissero felici e contenti', e dei buoni che vincono sempre i cattivi, le domande cruciali del 'Chi sono io?', 'Qual è stato e quale sarà  il mio potere?' nel diventare adulto si impongono dipanandosi in vicende che non conoscono serenità  e soluzioni definitive, ma semmai percorsi travagliati, segnati dall' irrompere violento di aggressività  e sessualità , animati comunque sempre dalla ricerca di un senso, difficile da definire, ma comunque vivo perlomeno come ricerca che permetta ad ognuno di gestirsi in relazione al posto e al ruolo che occupa nell' universo sociale e ambientale.

Emblematico ci è sembrato, nell' ampio panorama dei cartoni giapponesi di questo tipo Neon Genesis Evangelion, vicenda edita sia in manga che in cartone tv, ampiamente commentata e oggetto di considerazioni via internet a partire da numerosi siti che di lଠtraggono origine.

La salvezza del mondo è affidata qui a un piccolo gruppo di adolescenti, i soli in grado di guidare mostruose  e potentissime macchine costruite dagli scienziati per far fronte a catastrofici attacchi di angeli che intendono distruggere la terra e l' umanità . Gli adolescenti in questione non sono supereroi, ma ragazzi 'normali': il cartone dà  immagine e voce al viaggio interiore alla ricerca del proprio valore, con la paura di perdere il controllo di sà© stessi sotto la pressione violenta di forze aggressive e di spinte sessuali, con il desiderio di trovare un senso al legame con l' universo e le persone con cui ci si trova a vivere. Il rapporto con i genitori della propria infanzia, cosଠavari di tempo e di capacità  di dare affetto e conferire valore, riemerge esigendo una rielaborazione che ritrovi al contempo la comprensione delle persone che sono state i nostri genitori e la possibilità  di rischiare  giocando con coraggio le carte personali delle proprie caratteristiche e delle proprie potenzialità . La complessità  di un mondo altamente segnato dalla tecnologia e dalla scienza che snatura e stravolge i legami umani, in cui convergono simbologie occidentali e orientali, rende ancora più difficile per i ragazzi pensarsi ed essere capaci di contare qualcosa nei confronti della realtà , cosଠdifficile da comprendere e da trasformare nell' ineludibile alternarsi di vita e morte, piacere e sofferenza, desiderio di significato al di là  del quotidiano e limite umano, sul filo tra onnipotenza e potere personale. Come posso essere artefice del mio destino e di quello dell' umanità ? Qual è il mio limite? Quale il mio ruolo? Come costruire una personale capacità  di definirmi, a partire dal riconoscimento degli adulti? Il cartone dipanando suggestive vicende, dà  immagine e rappresentazioni a personaggi che incarnano tentativi diversi di soluzione a questi interrogativi, personaggi comunque in continua evoluzione, mai totalmente prevedibili ed esauribili in una definizione statica. Questo aspetto si rivela tra i più interessanti e significativi per i ragazzi: la rappresentazione grafica (tratto'“movimento'“musica'“suono'“linguaggio) articola scenari con indubbie possibilità  evocative e rivela con intensità  la sua natura di primo registro di pensiero, aprendo spazi interni di riflessione, movimenti di riconoscimento e di contrasto, intense emozioni, voglia di capire e di parlare avanzando interpretazioni e ipotesi che arricchiscono e modulano quel laboratorio interno di costruzione di sà©, sempre attivamente presente anche e spesso soprattutto negli adolescenti che nulla ancora riescono a giocare di sà© nella realtà . Certo il mondo dei cartoni e dei manga, come quello dei computer e dei videogiochi, ma anche dei libri o delle discoteche e altro ancora (come d' altronde il gioco come il bambino più piccolo) puಠdiventare rifugio di evasione fantastica, snaturando la propria potenzialità  di laboratorio 'finzionale' finalizzato a elaborare visioni di sà© e della vita utili ad appropriarsi ed affrontare la realtà . Ma, proprio come il bimbo piccolo ha bisogno di una mamma capace di sintonizzarsi, di sentire, gustare e valorizzare il modo di fare esperienza del suo piccolo e le strategie che di volta in volta gli è possibile maturare, cosଠgli adolescenti chiedono di essere riconosciuti nella serietà  di una loro ricerca che si dipana con modalità  diverse da quelle del mondo degli adulti. Allora forse, come sempre, anche il linguaggio dei cartoni va sentito, compreso, con le orecchie e il cuore dei ragazzi, va valorizzato sostenendo il lavoro di elaborazione che di lଠprende per loro più agevolmente le mosse, facilitando la riflessione, il confronto tra loro e con noi, con l' attenzione a porre condizioni capaci di tenere aperti per loro orizzonti di realtà  in cui sperimentare e maturare il loro  'potere'.

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Il presente testo riporta le riflessioni di un gruppo di lavoro costituito da psicologi e adolescenti: A.Bellini, M. Delmastro, G. Grandi, M. Raviola,  R. Todesco, I.Graziato.  Il gruppo opera all' interno del Dipartimento di Psicologia dell' Età  Evolutiva dell' Istituto A. Adler. L' interesse per i cartoni animati giapponesi per adolescenti è risultato significativo nell' area di ricerca sull' età  adolescenziale lungo la stessa linea di lavoro che ha guidato la ricerca pubblicata in 'L' adulto svelato', Franco Angeli 2003 e in 'Noi adulti nella sguardo degli adolescenti', Effata 2005.